Il sindacato sollecita Palazzo Chigi a insistere sulla revisione del regolamento Ue 2019/631. Nel mirino: divieto di vendita dei veicoli termici nuovi dal 2035, “super-multe” CO₂, carenza di infrastrutture di ricarica e concorrenza cinese a basso costo. “In Italia a rischio ~80mila posti”.
Il punto
UGL Metalmeccanici definisce “allarmante” mantenere il percorso che porta allo stop ai nuovi motori termici dal 2035, previsto dal regolamento europeo 2019/631. Il segretario nazionale Antonio Spera apprezza la linea annunciata dal Governo italiano e lo invita a proseguire nel solco del “non paper” contro le sanzioni per gli sforamenti e per anticipare la revisione delle norme sulle emissioni.
Secondo Spera, l’impianto del Green Deal non considera adeguatamente gli effetti sul lavoro lungo le filiere: il sindacato stima circa 80mila posti a rischio in Italia, tra componentistica, rete commerciale e servizi.
Le criticità segnalate
- Occupazione e filiere: la transizione “solo elettrica” avrebbe impatti profondi su fornitori di componenti meccanici e servizi post-vendita.
- Carenza infrastrutturale: reti di ricarica insufficienti, soprattutto fuori dai grandi centri, con rischio di frenare la domanda.
- Concorrenza extra-Ue: “invasione di prodotti cinesi a basso costo” e pratiche di dumping che comprimono i margini dei produttori europei.
- Asimmetrie tra Paesi: Italia e Germania spingono per una revisione, mentre Francia e Spagna sarebbero per il mantenimento delle regole attuali, dopo scelte industriali già orientate sull’elettrico.
- Assenza di tutele dedicate: mancano strumenti specifici di protezione e riconversione per lavoratrici e lavoratori del comparto.
Le richieste di UGL Metalmeccanici
- Neutralità tecnologica “vera”: valorizzare tutte le soluzioni che aiutano la decarbonizzazione – ibridi avanzati, e-fuels, biocarburanti sostenibili, idrogeno, full electric – evitando scelte monolitiche.
- Revisione delle politiche CO₂: ricalibrare target e tempistiche, con tappe verificabili e coerenti con la domanda reale e con la capacità delle reti.
- Antidumping e reciprocità: misure efficaci contro pratiche sleali e una politica industriale Ue che non lasci scoperte le filiere.
- Piano infrastrutture: accelerare su punti di ricarica e reti energetiche (qualità della potenza disponibile), specie lungo assi logistici e nelle aree meno servite.
- Tutela occupazionale: fondi e strumenti per riconversione, reskilling e incentivi all’investimento nelle aree a rischio, legati a progetti industriali misurabili.
- Approccio per segmenti: regole e incentivi differenziati per auto private, veicoli leggeri, pesanti e flotte (pubbliche e aziendali), allineando la normativa a costi totali di proprietà e cicli d’uso.
Impatti economici: cosa osservare nei prossimi mesi
- Capex e piani industriali: eventuali aggiustamenti regolatori potrebbero riorientare investimenti su ricerca e linee produttive (motori, batterie, carburanti sintetici).
- Prezzi e domanda: incentivi e disponibilità infrastrutturale guideranno il Total Cost of Ownership per famiglie e aziende, influenzando mix di vendite e valori residui.
- Supply chain: possibili consolidamenti o riconversioni nella componentistica; attenzione alle PMI ad alta specializzazione meccanica.
- Commercio estero: l’evoluzione di dazi/antidumping e standard tecnici peserà sul posizionamento competitivo dei marchi europei.
La posta in gioco
La transizione della mobilità resta irreversibile sul piano tecnologico e necessaria sul piano climatico, ma il come e il quando determinano gli effetti su lavoro, prezzi, investimenti e concorrenza. Il fronte sindacale spinge per tempi realisti, neutralità tecnologica e protezioni mirate: obiettivo dichiarato, decarbonizzare senza desertificare le filiere.