Gli Stati Uniti sarebbero “nel mezzo di un esperimento su vasta scala” basato sulle tariffe doganali con un obiettivo preciso: generare gettito per finanziare tagli alle imposte sul reddito. Lo ha sostenuto Thomas Darden, fondatore di Cherokee Investment Partner e CEO di IH Fusion, intervenendo al Digital Innovation Forum.
Secondo Darden, i conti preliminari mostrerebbero che il meccanismo potrebbe effettivamente produrre entrate sufficienti a ridurre la pressione fiscale sui contribuenti americani. Il rovescio della medaglia, però, emergerebbe in caso di inasprimento generalizzato dei dazi: uno scenario “hard tariff” avrebbe effetti negativi sulla crescita, comprimendo scambi, investimenti e catene di fornitura.
Sul fronte politico, l’investitore ha descritto la fase attuale come un’“auto in corsa” con incertezza al volante, alludendo alla natura volubile delle decisioni della leadership statunitense: scelte che dall’esterno possono sembrare improvvisate, ma che—ha suggerito—sono spesso sorrette da calcoli e obiettivi strategici più complessi.
Cosa significa per i mercati
- Entrate vs. crescita: nel breve periodo i dazi possono rafforzare i conti pubblici, ma nel medio termine rischiano di erodere competitività e consumi, soprattutto se estesi a un ampio paniere di importazioni.
- Volatilità politica: la variabilità delle policy commerciali resta un fattore di rischio per imprese e investitori, che devono misurarsi con scenari rapidamente mutevoli.
- Supply chain: una stretta tariffaria prolungata può accelerare processi di rilocalizzazione e diversificazione delle forniture, con impatti sui costi e sui prezzi finali.
Per Darden, la sfida è trovare un punto di equilibrio: usare le tariffe come leva fiscale senza spingere l’economia oltre la soglia in cui i benefici di bilancio verrebbero azzerati dai costi macroeconomici.