Lo chiamano “bazooka” commerciale europeo, ma nella pratica non è un’arma da estrarre e usare in pochi giorni. Lo Strumento Anti-Coercizione dell’Unione Europea – previsto dal Regolamento Ue 2023/2675 – esiste ed è potenzialmente molto incisivo, ma è costruito come una misura di ultima istanza, con una procedura lunga e scandita da passaggi obbligatori.
A spiegarlo è l’avvocato Irene Picciano, partner dello studio legale Portolano Cavallo, commentando le ipotesi di una possibile risposta europea nel caso di nuovi dazi statunitensi, evocati nei giorni scorsi dal presidente Donald Trump nel contesto delle tensioni internazionali legate anche alla Groenlandia. Un tema che si intreccia con un ulteriore elemento di incertezza: negli Stati Uniti si attende una pronuncia della Corte Suprema sulla legittimità dei dazi imposti dall’amministrazione Trump.
Un meccanismo in più fasi: prima il dialogo, poi (forse) le contromisure
Il punto centrale è semplice: lo strumento europeo non è progettato per la reazione immediata. Anche se nel dibattito pubblico viene descritto come una sorta di risposta “istantanea”, la realtà è diversa.
La procedura, infatti, parte da una fase preliminare di accertamento: dalla sua attivazione, la Commissione europea ha quattro mesi solo per verificare se si è in presenza di una vera e propria coercizione economica. E, prima ancora di arrivare alle contromisure, deve tentare la via diplomatica.
Solo se la coercizione viene confermata, si può aprire la fase delle misure di risposta. Ma anche in quel caso, eventuali contromisure devono passare dal Consiglio Ue, con approvazione a maggioranza qualificata. Tradotto: parliamo di una sequenza che richiede mesi, non giorni o settimane, prima di vedere effetti concreti.
Perché questo “bazooka” non è pensato per sparare subito
La logica dello Strumento Anti-Coercizione è quella di:
- ridurre l’escalation,
- lasciare spazio a negoziato e de-escalation,
- arrivare alle misure più dure solo quando il dialogo fallisce.
È una struttura che privilegia la cautela istituzionale e la gestione politica del conflitto commerciale. Da un lato, questo evita reazioni impulsive; dall’altro, rischia di essere percepito come un limite quando i mercati e le imprese hanno bisogno di tempi rapidi e certezze immediate.
L’impatto dei dazi: chi paga davvero e perché colpiscono anche le imprese italiane
Un altro punto chiave riguarda la dinamica economica dei dazi. Formalmente, il dazio è un costo che grava sugli importatori statunitensi. Ma nella pratica, l’impatto si distribuisce lungo tutta la filiera.
Secondo l’analisi richiamata dall’esperta:
- anche quando le aziende italiane esportatrici non pagano direttamente il dazio, finiscono per subirlo indirettamente;
- per continuare a vendere negli Stati Uniti, molte imprese sono costrette a ridurre i prezzi e condividere il costo con l’importatore americano;
- alla fine, però, l’effetto non si ferma a monte: i consumatori pagano prezzi più alti, e l’aumento tende a propagarsi lungo la catena distributiva, sul versante Usa e non-Usa.
In sintesi: il dazio è un freno agli scambi e un moltiplicatore di costi che può ridurre margini, aumentare l’incertezza e creare un effetto a cascata sull’intero sistema.
Tra attese legali negli Usa e tempi istituzionali Ue: la variabile è l’incertezza
In questo scenario, l’elemento che pesa di più sulle imprese è l’incertezza: da un lato la possibile evoluzione giuridica negli Stati Uniti (con la sentenza attesa della Corte Suprema), dall’altro la lentezza fisiologica della risposta europea, che – anche quando possibile – richiede tempi lunghi.
Ecco perché parlare di “bazooka” può essere fuorviante: lo strumento anti-coercizione è potente, sì, ma non è un tasto rosso. È un dispositivo che si attiva con cautela, passa attraverso verifiche e tentativi diplomatici, e arriva alle contromisure solo quando il confronto politico ha già mostrato di non funzionare.
Per le imprese esportatrici, soprattutto quelle italiane con una presenza significativa sul mercato Usa, la partita si gioca quindi su due tavoli: la capacità di gestire prezzi e contratti in un contesto di rischio-dazi e la necessità di interpretare i tempi europei, che raramente coincidono con l’urgenza delle decisioni economiche.