Prevedere “quanto” lavoro ci sarà domani è diventato un esercizio sempre più aleatorio; capire “come” cambierà il lavoro, invece, è ormai una certezza. È il messaggio chiave di Tiziano Treu, professore emerito di Diritto del lavoro alla Cattolica di Milano, già ministro e presidente del CNEL, intervenuto al panel Il lavoro che cambia: tra diritti, welfare e nuove generazioni nell’ambito di StatisticAll 2025.
«Questa tecnologia corre più di noi»
Treu ricorda di essersi occupato dell’impatto dell’automazione già dagli anni ’60, «in un’epoca in cui il progresso lo immaginavamo lineare e infinito». Oggi lo scenario è diverso: «Il cambiamento c’è sempre stato, ma adesso è vertiginoso. Sappiamo che l’intelligenza artificiale funziona, ma non come funziona: evolve in modo in parte autonomo. Per la prima volta siamo davanti a una tecnologia che offre grandi opportunità ma anche incertezze che non controlliamo pienamente».
Quantità vs qualità dell’occupazione
Sulle previsioni quantitative Treu è netto: «Fare stime affidabili su quanti posti si perderanno o si creeranno è illusorio». I report internazionali si contraddicono e oscillano tra allarmismi e ottimismo. C’è però un punto di consenso: «Cambierà profondamente la qualità del lavoro. Non è una rassicurazione, ma indica dove concentrare gli sforzi: attitudini, competenze, adattabilità».
Guardando agli ultimi dieci anni, in cui digitale e prime applicazioni di AI erano già presenti, «non ci sono prove che l’AI abbia distrutto più lavori di quanti ne abbia abilitati». Nelle grandi imprese italiane che utilizzano queste tecnologie «non emerge la paura del “non c’è più lavoro”, quanto la consapevolezza che il lavoro è diverso e richiede investimenti in formazione e ricerca».
Il nodo italiano: investire (finalmente) in ricerca
Qui, per Treu, sta la fragilità del sistema Paese: «Investiamo troppo poco in R&S rispetto ai competitor. La ricerca è indispensabile per capire l’AI, tradurla in processi e trasferire competenze a imprese e nuove generazioni». Un’agenda che riguarda scuole, università, politiche attive del lavoro e contrattazione.
Rischio, sicurezza e casi d’uso concreti
Il quadro regolatorio europeo chiede analisi del rischio sull’uso delle tecnologie. Non un freno, ma una leva per applicazioni ad alto impatto positivo: «In sicurezza sul lavoro l’AI può fare cose magnifiche: diagnosi predittive su grandi impianti, monitoraggio in tempo reale di processi e team, individuazione di sfasature prima che diventino incidenti». Esempi che mostrano come l’innovazione, se governata, migliori prevenzione ed efficienza.
Che cosa fare adesso (in tre mosse)
- Formare: aggiornare continuamente competenze tecniche e trasversali (problem solving, data literacy, uso responsabile dell’AI).
- Sperimentare: progetti pilota in azienda con valutazione d’impatto su produttività, salute, sicurezza e qualità del lavoro.
- Governare: regole chiare su trasparenza degli algoritmi, tutela dei dati, responsabilità e partecipazione dei lavoratori ai processi di innovazione.
La bussola di Treu: non inseguire profezie sul numero dei posti, ma attrezzarsi per lavori che cambiano rapidamente. L’AI non è un destino già scritto: è una tecnologia potente che va capita, provata, governata.